Il Buddha dice: tutti gli esseri soffrono, tutte le forme sono senza sostanza; il mare della sofferenza non ha riva, voltati e la riva è qui.
Monaco che pratica la via della sofferenza, vagava per i quattro mari e aveva visto troppa amarezza del mondo marziale, troppe vicissitudini del mondo, e sentiva profondamente che tutti gli esseri soffrono.
Prese il nome di «Kuhai», mare di sofferenza, perché voleva traghettare oltre gli esseri sofferenti. Kuhai, monaco di grande dottrina, sapeva placare o arginare lo Sha dell’avversario con la recitazione dei sutra e delle strofe, e recuperare sé stesso con i cerchi del dharma.
Entrato nel Consiglio degli Undici, Kuhai modificò i propri strumenti rituali — il bastone zen, il rosario buddhista e la ciotola da elemosina — perché tutti potessero assorbire grandi quantità di Sha. E per realizzare il proprio scopo costruì una gigantesca statua di un arhat dalla pelle d’oro, che teneva sospesa dietro di sé grazie alla percezione dello Sha. Quella statua non solo assorbiva quantità enormi di Sha, ma sapeva anche liberarlo sotto forma di colpi letali per mezzo dei sutra.
Il bastone zen, il rosario, la ciotola e quella gigantesca statua d’oro dell’arhat: questi quattro strumenti erano le armi di Kuhai dopo la Transcensione, le «Quattro Suppellettili della Purificazione del Karma».
Allo stesso tempo Kuhai modificò anche il proprio corpo, perché anch’esso potesse assorbire Sha.
Ma, come si è detto, Kuhai non compì la Transcensione per uccidere: la compì per un voto grandissimo, quasi del tutto ignorato dagli altri…
Nato nel dharma
Kuhai, discepolo del Buddha.
Era un monaco che praticava la via della sofferenza: per metà della vita raramente meditò nei templi, non recitava sutra né batteva campane, ma camminava per il mondo, vagava per i quattro mari e faceva quanto poteva per aiutare chi incontrava e giaceva nella sofferenza.
A poco a poco molti di quelli che aveva salvato, pur non sapendo chi fosse, ne ricordavano la figura: la tonaca grigia ormai quasi bianca, il cappello di paglia, il bastone zen in mano, il rosario al collo, il volto benevolo, i capelli e le sopracciglia bianche, ogni gesto da monaco di grande dottrina.
Forse agli occhi della gente era solo un vecchio dal cuore buono; lui, intanto, lungo il cammino della vita osservava il mondo intero.
Per via incontrò ogni sorta di persone e conobbe ogni sorta di dolore e di gioia; ciò che vedeva e sentiva diventava dharma, e con quel dharma indicava la via a chi incontrava.
Giorno dopo giorno, camminando, Kuhai notò che la gente del mondo marziale diventava sempre più aggressiva: spesso, per una sciocchezza, si combatteva senza fine.
Kuhai aveva come proprio compito salvare il mondo e traghettare tutti gli esseri, e come principio non nuocere ad alcun vivente; ma sotto quell’aggressività onnipresente capitava a volte di ferire qualcuno per errore.
Kuhai cercò senza sosta l’origine di quell’aggressività, e a poco a poco venne a sapere che nel mondo esisteva una cosa chiamata «Sha».
Quella cosa sta nel cuore di ognuno: dal macellaio che sgozza un maiale al duello fra maestri, basta che la mano si muova con l’intenzione di sopraffare, e porta necessariamente con sé Sha.
Tutti gli esseri del mondo, rancori e affetti, risa e insulti, in realtà sono lo Sha che fluisce, si diffonde e si espande; e quell’aggressività che oggi satura il mondo marziale sta scatenando all’infinito, in fondo al cuore degli uomini, la brama di uccidere.
La vecchia storia di Tianling
Mentre vagava per il mondo, Kuhai cercava di scoprire da dove venisse quell’aggressività che influenzava l’intero mondo marziale.
Nel secondo mese dell’anno tredici dell’«Organizzazione», molti uomini del Wulin, attratti dalla notizia del «Volume Rimasto del Tomo Celeste» che si diceva comparso sul Picco di Tianling, accorsero in folla per vederlo con i propri occhi; fra loro c’erano capi e maestri di sala di molte sette.
Egli percepì sul Picco di Tianling una presenza fuori dal comune, e presentì che quello Sha anomalo sarebbe prima o poi esploso in una sciagura.
Quando Kuhai, seguendo quello Sha, giunse al Picco di Tianling, era ormai troppo tardi. Gli eroi del mondo, contagiati dallo Sha, erano diventati belve sanguinarie senza ragione.
Si uccidevano fra loro, il sangue formava fiumi, e la ferocia di quella strage faceva tremare.
Monaco di grande dottrina, partecipe del dolore del cielo e degli uomini, Kuhai non fu controllato da quella marea di Sha grazie al dharma; ma poté solo assistere al massacro, senza forza per fermarlo.
In silenzio andò al centro di quella montagna di cadaveri e mare di sangue, e si sedette.
«Namo amitābhāya tathāgatāya»
«Tadyathā, amṛtodbhave»
«Amṛtasiddhaṃbhave…»
La voce profonda fece risuonare il Dharani della Rinascita per tutta Tianling. Uno dei pochi sopravvissuti della vetta, Kuhai lo recitò per le migliaia di morti e feriti, e solo dopo quarantanove giorni scese dalla vetta trascinando il corpo stanco.
Il giorno in cui lasciò il Picco di Tianling, Kuhai pronunciò l’unico grande voto della sua vita:
«Verrà un giorno in cui questo povero monaco dissolverà ogni traccia di Sha nel mondo. Amitābha.»
Dopo non si sa quanti giorni di tormento, Kuhai tornò infine al Picco di Tianling e si unì al Consiglio degli Undici, formato dai sopravvissuti.
Kuhai sapeva che ciascuno nel Consiglio degli Undici aveva i propri pensieri e i propri fini; lui desiderava soltanto servirsi della forza del «Tomo Celeste» per cancellare del tutto le opere di morte del mondo.
Traghettare tutti gli esseri
Grazie ai frutti dello studio del «Tomo Celeste» e della tecnologia della famiglia Xuan, Kuhai modificò il proprio corpo e gli strumenti che portava, trasformandoli in contenitori capaci di assorbire Sha.
Mentre combatteva con l’avversario, ne assorbiva lo Sha liberato durante lo scontro.
Più profonda diventava la sua comprensione dello Sha, più denso si faceva il suo stesso Sha; a poco a poco Kuhai credette di aver scoperto la legge con cui nel Mondo illusorio si genera quella sostanza chiamata Sha.
Nella sua teoria tutte le cose circolano senza posa e lo Sha si trasmette fra le genti del Wulin, ma la quantità totale è costante: solo raccogliendo pienamente lo Sha del mondo e sopprimendolo in un luogo si può ridurne la somma.
Per questo, nel profondo del Monte Carcere, in un luogo quasi deserto, costruì una statua del Buddha enorme, di dimensioni smisurate. Kuhai vi profuse la tecnologia altissima appresa dal «Tomo Celeste», unita ai cerchi del dharma tradizionale studiati per metà della vita: la statua serviva a immagazzinare lo Sha raccolto, e il mare di fuoco del vulcano lo bruciava e lo purificava del tutto.
Per cancellare lo Sha dal mondo vagava nel Mondo illusorio; innumerevoli uomini del Wulin furono da lui depredati del loro Sha, e i più, persolo, diventavano invalidi — ma Kuhai non si fermò mai: tutto era per gli esseri del mondo.
Phantom Blade
Nell’anno trenta dell’«Organizzazione», il conflitto fra il «Miraggio», sostenuto dal Consiglio degli Undici, e l’«Organizzazione» divenne incandescente. Per sondare le mosse dell’«Organizzazione» e, insieme, per assorbire altro Sha, Kuhai si finse inviato umano dell’«Organizzazione» e, con tre inviati umani — Xiucai, Luna Rossa e «Ah Fu» — andò alla pagoda del Buddha in fondo alla fortezza di Guze, con il pretesto di portare aiuto a Soul e Zuo Shang, giunti a distruggere il Miraggio e a scrutarne i segreti.
Nel corso dell’azione con i due, Kuhai cominciò anche a ripensare a ciò che aveva fatto, e a chiedersi se tutto quello che faceva fosse davvero per gli esseri del mondo.
Alla fine, fra pensieri confusi, Kuhai e Soul e gli altri salirono in cima alla pagoda del Buddha e affrontarono il guardiano, il signore della pagoda Daosha. Dopo molte esitazioni, Kuhai versò di nascosto lo Sha immagazzinato nel proprio corpo dentro Daosha, già in difficoltà, facendone esplodere del tutto la brama di uccidere.
Proprio allora, però, «Ah Fu» lo afferrò di colpo e smascherò il fatto che non era affatto un inviato umano dell’«Organizzazione». In realtà quel «Ah Fu» era l’inviato umano Lei Dang: per ordine del Signore dell’Oltretomba si era finto uno sciocco per osservare di nascosto se qualche spia si fosse infiltrata nella squadra di soccorso.
Scoperta la propria identità, Kuhai ammise con franchezza di essere davvero un membro del «Consiglio degli Undici», e ammise anche di essere stato davvero toccato, lungo il cammino, dalla fede di Soul e di Zuo Shang. Per questo accettò di mostrare a tutti il vero «Miraggio».
A mezzanotte Kuhai condusse tutti in cima alla torre, e l’astronave del «Miraggio» si mostrò davanti a loro.
Kuhai salì con gli altri sull’astronave, assistette con i propri occhi alla distruzione del Signore del Miraggio, e poi scomparve nel caos dell’autodistruzione dell’astronave.
Phantom Blade II
Con la distruzione del «Miraggio», nell’anno trentuno dell’«Organizzazione» il Consiglio degli Undici decise ufficialmente di attuare la strategia della «fioritura sui quattro lati».
Kuhai, però, non si recò in nessuna città a sobillare rivolte: per lui, dall’inizio alla fine, si trattava solo di cancellare ogni Sha dal mondo. Decise infine di restare del tutto accanto alla gigantesca statua che aveva costruito, per trasmutare lo Sha del mondo.
Nel frattempo anche Xuetu, passato di lì, scoprì che cosa stava facendo Kuhai. E Kuhai gli disse di sperare che un giorno Xuetu potesse, presso i giovani amici che lui conosceva — Soul e Zuo Shang —, liberarsi del tutto dall’uccisione e dalla follia senza fine.
Xuetu rimase pensieroso, poi se ne andò senza dire parola, lasciando Kuhai ancora di guardia davanti a quella statua enorme.
Stava sotto il grande Buddha e versava nel Buddha lo Sha depredato.
Le vesti gli si bagnavano di sudore, il corpo tremava appena, ma lo sguardo restava fermo come sempre.
Il grande Buddha, in alto, sembrava guardarlo; e lui guardava il grande Buddha.
«Se questo può dissolvere l’intento omicida, che importa gettarsi all’inferno…»